NASCITA DI LORENZO E AMBIENTE FAMILIARE
Nasce il 27.5.1923 (il fascismo è appena salito al potere) a Firenze, secondo di tre figli, due maschi e una femmina, da Alice Weiss e dal dott. Albano Milani.
La famiglia è da generazioni una famiglia di signori: benestanti e soprattutto colti, molto colti. (Il bisnonno di Lorenzo, Domenico Comparetti, è un famosissimo cattedratico, grecista e latinista, conosce 19 lingue; il nonno Luigi Milani, archeologo, è un altro cattedratico; Albano, futuro padre di Lorenzo, invece, rimasto presto orfano, deve rinunciare alla carriera universitaria (è un chimico), per dedicarsi a mantenere la famiglia e a gestirne il patrimonio.
In casa Comparetti Milani, la cultura è come il pane quotidiano: anche nei confronti dei bambini, uno degli aspetti che viene curato maggiormente, persino sotto forma ludica, è lo studio e la familiarità con il linguaggio e la etimologia delle parole.
Da parte di madre, il nonno Emilio Weiss, di origine ebrea, triestino importatore di carbone, è amico dello scrittore Italo Svevo.

- Questo retroterra culturale farà molto riflettere in futuro don Lorenzo, che, in primo luogo, individuerà nella mancanza di strumenti culturali e, soprattutto, nella incapacità di utilizzare il linguaggio, le cause della sottomissione delle classi contadine e operaie e, in genere, della povera gente.

- Inoltre, don Lorenzo, lungo la sua esistenza, percepisce la sua condizione socio-culturale di provenienza come un privilegio, con il quale deve continuamente fare i conti: ormai vicino alla morte, il 24.6.67 (morirà il 26.6.67), mormora dopo un lungo silenzio: “Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa nella cruna di un ago.”

- Infine, un’altra caratteristica della famiglia di Lorenzo è l’ateismo convinto da molte generazioni, tipico dell’alta borghesia colta dell’epoca. I genitori di Lorenzo si sposano civilmente e alla nascita non battezzano i figli; solo successivamente, per ragioni legate alle leggi razziali fasciste, si determineranno a celebrare il matrimonio canonico e a far battezzare i bambini. Tali essendo la sensibilità e le convinzioni, nessuno dei familiari, negli anni, si accorge di quello che sta maturando nell’animo di Lorenzo.

IL PICCOLO LORENZO
La vita del piccolo Lorenzo trascorre tra Firenze, la tenuta di Gigliola nel Chianti e il mare di Castiglioncello.
Gli amici di infanzia sono i cuginetti e i figli di altre famiglie della buona borghesia. Lorenzo è fragile di salute, cocciuto di carattere, ma al contempo delicatissimo d’animo.

LORENZO A SCUOLA
Lorenzo, sebbene intelligentissimo e sensibile, svolge l’iter scolastico (dalle elementari sino al liceo classico) con malavoglia e fatica, cumulando, dopo primi trimestri disastrosi e rinvii a settembre, file di sei e arrivando quasi sul punto di interrompere il liceo.
Nel 1933 la famiglia Milani, per problemi familiari, si trasferisce a Milano, dove il padre deve lavorare per vivere: le risorse finanziarie non sono più quelle di prima, pur restando la condizione della famiglia sempre molto agiata.
Concluso il liceo, Lorenzo, tra lo stupore generale, comunica alla famiglia di non voler andare all’università, ma di voler fare il pittore.

LORENZO "PITTORE"
Il papà, nonostante non capisca la scelta, lo aiuta, trovandogli a Firenze un pittore da cui andare a bottega: il tedesco Staude, di una certa fama, che rimane impressionato dalla sua intelligenza e dalla sua sensibilità, pur percependo con chiarezza che il giovane non ha talento per dipingere.
Tornato a Milano, Lorenzo si iscrive all’accademia di Brera e prende in affitto uno scantinato in un bel palazzo del quartiere: fa il bohemien, ma con agiatezza.
È un irrequieto e un contestatore: ha il vezzo di scrivere lettere agli amici dell’epoca (Oreste del Buono e Saverio Tutino) con una prosa priva di punteggiatura, firmandosi Lorenzino dio e pittore, con una margherita sulla O finale del nome.

LA CONVERSIONE E IL SEMINARIO (1943 - 1947)
La conversione è sempre un fatto misterioso, che non può essere compreso fino in fondo se non forse dall’interessato. Così anche per la conversione di Lorenzo.
L’inizio è fatto da lui risalire al periodo della sua esperienza “artistica”, quando, durante una vacanza nella tenuta familiare toscana della Gigliola nell’estate 1942, decide di affrescare la piccola cappella privata sconsacrata e lì si imbatte in un vecchio messale, che legge per avere spunti estetici e formali, ma da cui resta conquistato.
Comincia a studiare la liturgia dal vivo, inizialmente sempre per motivi estetici e pittorici, partecipando a varie celebrazioni eucaristiche.
Nel frattempo, siamo nel 1943, chiuso lo studio di pittore, si ritrasferisce a Firenze con la famiglia per via della guerra.
Qui, sempre più desideroso di capire il cristianesimo, incontra quello che sarà poi il suo direttore spirituale di tutta la sua vita, mons. Raffaele Bensi, che gli dà la formazione religiosa richiesta, raccoglie le sue confidenze e il suo desiderio di convertirsi, che si concretizza il 4.6.1943.
Una settimana dopo, il 12.6.1943, riceve la cresima dal Card. Elia Dalla Costa, padrino mons. Bensi. Il 9.11.1943 entra in seminario.
La famiglia resta sorpresa e sconcertata da questa scelta di Lorenzo, ma non frappone ostacoli, in ossequio al principio della libertà di coscienza, che è sacro per la famiglia Milani. Il periodo della conversione ha già in sé elementi di vita spirituale che rimarranno costanti durante tutta la sua vita di sacerdote: una fede asciutta e essenziale (farisaica - cioè coerente -, dirà mons. Bensi), basata sui sacramenti, in particolare, confessione e eucaristia.

L'ESPERIENZA DEL SEMINARIO
L’esperienza del seminario (durata dal 9.11.1943 al 13.7.1947, giorno dell’ordinazione per mano del card. Dalla Costa) sarà importantissima non solo e non tanto per Lorenzo, ma, soprattutto, per i seminaristi e i professori che gli saranno accanto.
Personalità fortissima e intelligenza viva, spicca tra gli studenti per il suo anticonformismo e per la schiettezza, anche ironica, e per la sincerità con la quale esprime le proprie idee.
Si tratta di un atteggiamento non usuale all’interno di un ambiente asfittico come il seminario del tempo, privo di stimoli esterni e segnato da un’obbedienza formale.
È uno studente selettivo, cioè dagli interessi ben delineati: studia solo ciò che gli interessa, approfondendo molto gli argomenti che ritiene importanti, utilizzando anche testi che si procura all’esterno del seminario, mentre si disinteressa di altre materie o argomenti, tanto che i suoi voti agli esami in queste materie, ancora una volta, sono di regola bassi.
Spesso trasforma lezioni, normalmente noiose, in eventi molto agitati, interloquendo con gli insegnati, discutendo o contestando tesi (a seconda del professore, la cosa è apprezzata o meno. Il rettore mons. Lorini, che gli resta sempre vicino, dirà: “Ha sofferto e ha fatto molto soffrire” ).
La questione centrale sulla quale don Milani inizia a riflettere in questi anni di formazione e sulla quale rifletterà tutta la vita è una questione prettamente pastorale:
- quale presenza della chiesa e soprattutto del prete nella società e nel rapporto con le classi povere, disagiate, operaie, schiacciate da secoli. E conseguentemente quale preparazione, quale formazione deve avere il sacerdote per interloquire con le persone e, in particolare, con la povera gente. Qual è il motivo per il quale la Chiesa ha perso la classe operaia e il proletariato?

IL PRIMO INCARICO DEL GIOVANE PRETE LORENZO MILANI
(1947 - 1954)

- Il primo incarico é quello di cappellano nella parrocchia di S. Donato di Calenzano (vicino a Prato), il cui parroco è don Daniele Pugi, un anziano “parroco paterno”, secondo la definizione di mons. Bensi, che lo sa accogliere con affetto, intrattenendo con il giovane don Lorenzo un rapporto affettuoso, seppure i due per carattere, età, convinzioni e impostazione pastorale e culturale siano diversissimi (don Pugi è un parroco molto tradizionale, sebbene di una fede sincera e profonda: dirà don Milani di lui: “Mi ha voluto bene e mi ha tollerato con molto affetto”).
Conosciuta la realtà umana, sociale e culturale di S. Donato, i bisogni della gente (i poveri) del posto, don Lorenzo inizia il suo lavoro pastorale.
Va precisato che sono anni di grandissime tensioni sociali (acuto è il fenomeno dello sfruttamento della forza lavoro) e politiche (tra D.C. e Chiesa da una parte e PCI dall’altra). Don Milani cerca, stando dalla parte dei poveri, di superare le logiche dell’appartenenza politica e ecclesiale, che divengono logiche di scontro dei borghesi contro i poveri. Il suo intendimento è quello di fornire alle persone appartenenti alle classi disagiate gli strumenti critici, culturali e politico-sindacali per elevarsi dall’atavico stato di subalternità in cui si trovano.

- La prima, rivoluzionaria, iniziativa pastorale sarà
“il catechismo storico”. Intuisce cioè che fare catechismo in modo tradizionale, per categorie, per definizioni non serve e non può giovare alla povera gente, per lo più analfabeta. Ritiene più utile, invece, far conoscere prima la storia del popolo ebraico, per poi passare a illustrare la storia di Gesù, finendo per trattare della storia della chiesa. In sostanza, si tratta di far capire che la Parola di Dio si è incarnata nella storia degli uomini in precisi contesti e che vi si incarna ogni giorno. Questa attenzione all’aspetto storico culturale in cui è calata la fede gli rimane per tutta la vita. Durante la messa (anche a Barbiana), la predica consisterà nel commento al Vangelo spiegato con questa attenzione.

- Tuttavia, ben presto abbandona il catechismo storico, perché si rende conto che non può essere efficace in una situazione di ignoranza “civile” e di analfabetismo cronico. Inizia, pertanto, a preoccuparsi di affrontare quelli che percepisce essere gli ostacoli a una seria evangelizzazione: analfabetismo, ignoranza, disoccupazione, sfruttamento del lavoro minorile, crisi degli alloggi, incomprensione dei meccanismi della vita politica e economica, ecc. Ciò che va curata è l’istruzione e l’educazione in quanto tale, “civile”: in quelle condizioni sociali deve essere una priorità pastorale.

- Così inizia la scuola serale nella canonica. Gli allievi sono per lo più i contadini, meno gli operai, per via dei turni. Nella scuola serale sono ammessi tutti, cristiani e atei, democristiani e comunisti. Si affrontano problematiche sociali, sindacali e politiche: sempre con l’intento (pastorale) di creare coscienze libere. Un chiodo fisso è per don Milani la lettura critica del giornale, che deve portare a far emergere anche le contraddizioni, le omissioni, le bugie che vengono fatte passare. Un appuntamento importante diventa la conferenza settimanale del venerdì, durante la quale vengono affrontati con l’aiuto di ospiti competenti temi importanti, sui quali gli allievi si preparano nel corso della settimana.
Gli studenti e le persone colte vengono ammessi alla conferenza settimanale, a patto che non intervengano: devono intervenire, invece, e intervengono di fatto i ragazzi della scuola.

- Va detto che, specie nei primi tempi, don Lorenzo non viene capito dai parrocchiani e dai giovani. Le sue idee e le sue proposte portano una rivoluzione nella vita e nella secolare prassi pastorale della parrocchia, fondate su una religiosità tradizionale, fatta di devozionismo, di feste patronali e processioni, dove la messa non è partecipata, se non distrattamente e senza essere compresa. Inoltre, anche la parrocchia è motivo di divisione in classi sociali. I “signori” fanno la carità, guidano l’Azione Cattolica, hanno ruoli di comando. Il popolo, la povera gente, si trova in situazione subalterna. Lorenzo rifiuta di sottomettersi a tutto ciò e punta alla formazione (civile e politica) delle coscienze e alla autocoscienza della povera gente. Decide di eliminare tutte quelle iniziative (calcio, gestione del tempo libero, ecc.) che gli oratori, per scimmiottare i dopo lavori comunisti, hanno posto in essere per cercare di attirare i giovani, finendo per creare solo spaccature e opposizioni. Al teatro, invece, ricorre, ma con lo scopo di dare sicurezza ai contadini e agli operai, impegnati nella veste di attori.

- Le sue scelte pastorali danno fastidio in un periodo storico, come si è detto, di grandi e drammatici contrasti politici e partitici (la DC con la Chiesa da un lato, i Comunisti dall’altro). Molte saranno le lamentele di preti e di laici influenti presso la curia. Già in vista delle elezioni provinciali e comunali del 1951 gli è stato imposto dal Card. Dalla Costa il silenzio, tanto che lui preferisce fare un viaggio in Germania, tornando solo per deporre la scheda nell’urna.
Il trasferimento, che è nell’aria, si concretizzerà con la morte del parroco don Pugi.

PRIORE A BARBIANA (1954 - 1967)
Nel corso del 1954 gli viene ordinato di andare a S. Andrea di Barbiana, priorato (parrocchia) destinato a essere soppresso, posto sul monte Giovi, terrazza affacciata sulla valle Mugello, zona fredda e umida, molto sassosa, la cui terra è di difficile coltivazione.
La strada che sale a Barbiana si ferma qualche chilometro sotto. Poi vi è un semplice tratturo che con le piogge diventa impercorribile.
La struttura parrocchiale è costituita da una chiesina e da una canonica fatiscente e sporca. Non vi è un paese con un centro abitato, ma case di contadini sparse qua e là. Povertà e analfabetismo la fanno da padroni.

- In questo contesto, il 6.12.1954, in una giornata fredda e con la pioggia battente, don Lorenzo arriva a Barbiana.

- Inizia dal giorno dopo la scuola serale, alla quale accorrono subito i giovani e gli adulti. Assolutamente privi di cultura e di formazione, si mostrano interessati a qualsiasi argomento il Priore affronti. L’accoglienza che ha la scuola serale sarà un grande aiuto morale per don Milani, unitamente alla vicinanza dei parrocchiani di Calenzano che continueranno a salire a Barbiana.

- Don Lorenzo si attacca subito a Barbiana, che non considererà mai una parrocchia di passaggio, ma il punto di approdo definitivo della sua azione pastorale, tanto che il giorno dopo l’arrivo a Barbiana, scende a Vicchio ad acquistare un posto nel locale cimitero. In realtà, quel che lo addolora è il significato di quel trasferimento in una parrocchia destinata a morire per l’esodo dei montanari: la Curia non ha compreso il suo apostolato
a s. Donato, il suo amore e il suo servizio ai poveri. Si tratta, cioè, di un provvedimento punitivo. Don Lorenzo non ha mai cercato la comprensione di nessuno, ma della sua Chiesa sì.
- Diviene ben presto il punto di riferimento dei contadini di Barbiana, per tutte le loro esigenze: per i loro bisogni concreti (acqua, ecc.), le loro malattie (per le quali spesso interessa il fratello Adriano, medico), le liti che deve impegnarsi a sedare, ecc.

IL DOPOSCUOLA DI BARBIANA
La scuola serale finirà ben presto: chi ha figli che possono iniziare a lavorare, scende a valle in cerca di un’occupazione. Rimangono una decina di famiglie con figli piccoli, che frequentano la pluriclasse di Padulivo.
Si tratta di bimbi che hanno in realtà una profonda e concreta conoscenza della natura, dei suoi ritmi e dei suoi segreti, della vita dei campi e dell’allevamento delle bestie, ma che sono privi di basi culturali, anche in conseguenza dell’analfabetismo che caratterizza l’ambiente familiare di provenienza. Hanno gravi difficoltà a esprimersi in italiano e a scriverlo, con conseguenti scarsissimi risultati scolastici.
La loro partecipazione alla vita scolastica, oltretutto, è ridotta dalla necessità di dare una mano ai genitori nel lavoro. Da qui nasce in don Lorenzo l’idea di fare un doposcuola per questi ragazzi: una scuola gratuita nella quale don Milani è padre e maestro.

LA SCUOLA SECONDARIA DI AVVIAMENTO PROFESSIONALE
Nel 1957 don Lorenzo fonda in canonica la scuola secondaria di avviamento professionale per sei ragazzi che hanno finito la V elementare (all’epoca non esisteva ancora la media unica).

- La scuola di Lorenzo non prevede ricreazione, né giochi: tutto è occasione per insegnare e imparare. Don Milani si serve, per talune materie, dell’aiuto di professori volontari, come il Prof. Agostino Ammannati, docente al liceo classico di Prato.

- Gli ospiti, che negli anni saliranno a Barbiana o perché invitati o perché intendono conoscere l’esperienza, saranno sempre un’occasione di scuola per i ragazzi. Volenti o nolenti dovranno sottoporsi a interviste, anche irriverenti da parte dei ragazzi, dovranno rispondere alle loro domande e ai loro perché, saranno posti di fronte alle contraddizioni del loro operare: taluni apprezzeranno, altri ne rimarranno scandalizzati.

- A fine corso i ragazzi sostengono gli esami di stato da privatisti, con tutta la comunità partecipe, che vive giornate di ansia. Finito il primo corso, gli studenti aumentano e don Lorenzo, non potendo insegnare a tutti neppure con l’aiuto dei collaboratori, vorrà che alcune materie siano insegnate ai più giovani dagli allievi più grandi.

- Don Milani insegna anche le lingue straniere (meglio molte male che una bene): francese e inglese, ospitando anche studenti stranieri, inviati da parroci d’oltralpe che fanno la sua stessa esperienza. Poi, dopo averli adeguatamente preparati, inizia a mandare i suoi ragazzi all’estero, fornendo loro i soldi necessari per il sostentamento (i ragazzi dovranno fare, al loro ritorno, un puntuale rendiconto di quanto speso).

- Negli ultimi tempi della sua vita, tuttavia, Lorenzo Milani, ormai gravemente malato, va disfacendo la scuola: cerca di sistemare altrove alcuni ragazzi e non ne prende di nuovi. Agli amici dirà: “La scuola non deve andare avanti”. È troppo intimamente legata alla sua personalità di uomo e di prete e, comunque, ha avuto un significato in quel particolare momento storico e per quei ragazzi: non è un modello esportabile.
Don Lorenzo, inoltre, non ha mai inteso suggerire didattiche o metodi di insegnamento.
 
GLI ULTIMI GIORNI
- Nel marzo del 1967, dovendosi sottoporre a radiazioni al cobalto, si trasferisce a Firenze dalla madre.
Gli ultimi giorni non parla più e non deglutisce: per farsi capire scrive bigliettini. I dolori sono insopportabili. Ha il conforto degli amici e dei suoi ragazzi, della perpetua Eda Pelagatti e soprattutto di mons. Bensi.

- Sabato 24.6, dopo un lungo silenzio assorto, mormora: “Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa nella cruna di un ago”. Il “signorino” Milani sente d’avere finalmente conquistato quella salvezza per cui ha lottato da quando si era fatto cristiano e prete.

Muore il 26.6.1967.
Su sua disposizione, viene vestito con i paramenti sacri e con i suoi scarponi da montagna.

 
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